La lenticchia di Mormanno

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La lenticchia di Mormanno

2019-07-25T10:44:14+00:0025 Luglio 2019|

La lenticchia, Lens culinaris Medic. ssp. culinaris, appartiene alla famiglia delle Leguminosae. Si tratta di una specie erbacea annuale a sviluppo determinato, leggermente pubescente. Più comunemente la lenticchia viene suddivisa in due grandi gruppi: macrosperma, con semi grandi (6-9 mm), cotiledoni gialli e poche pigmentazioni sui fiori e sulle strutture vegetative e microsperma, con semi piccoli (2-6 mm, a volte subglobosi), cotiledoni rossi, gialli o arancioni.

Caratteristiche

Presenta delle foglie alterne e composte con una lunghezza fino a 5 centimetri, nella pianta sono presenti foglioline sessili ovali, a margine intero, lunghe anche fino a 2 centimetri con il numero di paia che si differenzia tra le foglie inferiori e quelle superiori passando dalle 2 paia alle 7.

Le infiorescenze sono costituite da piccoli racemi ascellari, lungamente peduncolati, contenenti da 1 a 3 fiori, che si presentano piccoli di colore bianco con una lunghezza massima vicina al centimetro. Il frutto è un legume di forma romboidale, lateralmente compresso, glabro, rostrato, contenente 1-2 semi, raramente 3. I semi sono tipicamente lenticolari con un diametro che può arrivare anche al centimetro presentandosi di diversi colori (verde, marrone, grigio, nero), chiazzato o marmorizzato con differenti colori. Il fusto è semi-eretto, sottile, e ramificato con una lunghezza media che si aggira intorno ai 40 cm. L’apparato radicale è fittonante ricco di tubercoli.

Principali avversità

Ruggine (Uromyces fabae), Sclerotinia (Sclerotinia sclerotiorum), Marciumi radicali (Fusarium spp & Pythium spp.), Sitona (Sitona spp.), Piralide delle leguminose (Etiella zinckenella), Tonchi (Bruchus ervi Callosobruchus chinensis).

La lenticchia di Mormanno

Lenticchia tipica del Pollino, divenuta popolare negli ultimi anni, proprio grazie ad un lavoro di recupero e valorizzazione delle specie, oggi nuovamente coltivata nel comprensorio di Mormanno, da cui il nome. Nei secoli si sono adattati 5 diversi ecotipi caratterizzati da colorazione beige, beige con screziature marroni, verde, verde con screziature verde scuro e rosa. Appartiene alla tipologia “microsperma“, ovvero di seme piccolo. Questa varietà si distingue per l’elevato apporto proteico che la rende una valida alternativa alla carne. Cresce su arbusti di piccole dimensioni, di altezza compresa tra i 30 e i 40 centimetri, con fiori bianchi dal vessillo lilla e baccelli contenenti al massimo due semi di 3-4 millimetri di diametro.

Un tempo quasi tutte le famiglie di quelle zone erano solite coltivare questa tipologia di lenticchia destinate poi in parte all’autoconsumo ed in parte a semente per l’anno successivo. Gli anziani ricordano che per la sua coltivazione sii sfruttavano i terreni più marginali, meno fertili, poco profondi e che non erano destinati ad altre colture economicamente più interessanti seminando a spaglio senza particolari cure ed era localizzata in prevalenza in contrada Pantano, e marginalmente, in quella di Procitta.

La tecnica di coltivazione prevedeva l’aratura, all’inizio della primavera, la semina, tra marzo e maggio, lo sfalcio e la raccolta ad agosto. A differenza di un tempo, però, la semina viene effettuata in file per una maggiore organizzazione in fase di raccolta che avviene nel mese di agosto quando gli arbusti sono già essiccati in campo, senza bisogno, quindi, di procedere alla fase di essiccazione.

Una volta raccolte, le piantine di lenticchie devono essere separate dalle erbacce rimaste e poi portate nelle aie dove sono riunite in covoni e battute (pesatura) facendo staccare così i semi dal baccello. Le lenticchie così ottenute vengono, quindi, sottoposte a pulitura prima mediante passaggio al setaccio per isolare i corpi estranei e poi attraverso selezione manuale per eliminare anche eventuali impurità residue.

Destinate principalmente all’autoconsumo e in secondo luogo alla vendita al mercato la lenticchia di Mormanno era stata catalogata come varietà autoctona negli anni ‘60 del secolo scorso, quando oramai la coltivazione di tale seme era quasi del tutto dismessa. Tuttavia una decina di anni fa, grazie ad uno studio condotto dall’ARSAC e dal CNR di Napoli, fu ritrovato il seme con il contributo di un anziano contadino locale, facilitando un progetto di recupero di questo antichissimo legume calabrese.

Un po’ di storia

La sua coltivazione risale addirittura alla nascita dell’agricoltura in Mesopotamia se non addirittura prima. Pare infatti che lenticchie fossero alimento base per i popoli nomadi fin dal Neolitico. Nella Genesi si racconta di Esaù che rientrato affamato dalla campagna, vide Giacobbe che aveva cotto un piatto di lenticchie. Quando gli chiese da mangiare poiché era sfinito, Giacobbe chiese in cambio la primogenitura e Esaù accettò (cfr. Genesi 25,29-34), abdicando a favore del fratello. Dalla sfavorevole compravendita nacque così la parafrasi “vendersi per un piatto di lenticchie”, rivolta ancora oggi alle persone che si vendono per poco rispetto a quello che danno in cambio. Da allora l’antica tradizione ebraica impone che gli Ebrei mangino lenticchie quando sono in lutto, in ricordo di Esaù per aver svenduto quanto aveva di più prezioso.

In effetti le lenticchie erano diffusamente coltivate in tutto Egitto, da dove già nel 525 a.C. si racconta provenivano le navi che rifornivano regolarmente i porti di Grecia ed Italia di questa leguminosa. Nella Magna Grecia le lenticchie erano insieme alle fave e ai ceci l’alimento principale della popolazione, preparate per lo più sotto forma di minestra di densità variabile sino alla consistenza di polenta. Plinio glorifica le lenticchie per il loro alto valore nutritivo e per la virtù di infondere tranquillità all’animo.

Nel Medioevo i ceti più abbienti, relegarono il consumo delle lenticchie alla mensa dei poveri, servite e mangiate quasi esclusivamente nei conventi o fra la gente umile che era solita ricavare anche delle farine economiche, ma allo stesso tempo molto nutrienti. Ancora, come a rimarcarne l’inutilità come cibo goliardico fu definito nel Rinascimento, dal medico Petronio, cibo caldo e secco, adatto a coloro che vogliono vivere castamente.

La credenza popolare sul mangiare lenticchie nel primo giorno dell’anno, al fine di guadagnare un pari numero di monete d’oro, pare invece derivi da una associazione al denaro delle lenticchie per via della loro forma circolare e piatta. Certo è che la lenticchia fa parte dei legumi secchi apprezzati in Europa anche se la produzione mondiale non è elevata, aggirandosi a circa 3.841.883 tonnellate.

 

Fonte: La tutela della biodiversità in Calabria. AIAB Calabria, 2016.

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