L’agricoltura biologica vince su tutto: il modello giusto per uno sviluppo sostenibile contro cambiamenti climatici e pandemie

///L’agricoltura biologica vince su tutto: il modello giusto per uno sviluppo sostenibile contro cambiamenti climatici e pandemie

L’agricoltura biologica vince su tutto: il modello giusto per uno sviluppo sostenibile contro cambiamenti climatici e pandemie

2020-07-03T10:31:16+00:002 Luglio 2020|

Biodiversità e cambiamenti climatici sono stati al centro della Giornata mondiale dell’ambiente 2020, promossa dalle Nazioni Unite il 5 giugno e giunta alla 46esima edizione. Sullo sfondo, la pandemia da Covid-19 che ha riportato al centro dell’attenzione mondiale la cenerentola del pianeta: la natura.

«La natura ci ha parlato forte e chiaro attraverso l’emergenza pandemica – ha chiarito in un messaggio il segretario generale dell’Onu António Guterrezci ha detto che il nostro ecosistema è malato e che bisogna agire quanto prima per ripristinarlo. C’è un legame diretto tra pandemia, inquinamento che causa i cambiamenti climatici e impoverimento della biodiversità sul pianeta. Ecco perché tutto il 2020 è dedicato alla biodiversità».

Un messaggio, quello di Guterrez, basato su evidenze scientifiche citate dall’Onu, che dimostrano il legame diretto fra tre fenomeni che solo in apparenza non hanno niente in comune: biodiversità, cambiamenti climatici e pandemia. Già in un rapporto del 2007, in questo caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità, avvertiva che le infezioni virali, batteriche o da parassiti sono una delle minacce più consistenti in un Pianeta dove il rischio del cambiamento climatico si fa sempre più grave. Una minaccia che è diventata realtà proprio nei giorni dell’epidemia coronavirus.

L’uomo abita una Terra che in realtà è abitata da altri organismi. Ma è evidente che se cambiano le temperature, l’aria, la pioggia, il suolo, gli equilibri vengono alterati. Va tenuto conto che ci sono miliardi di virus in circolazione, che hanno origini diverse“.

Giuseppe Miserotti, medico e membro di Isde (Associazione medici per l’ambiente).

Vediamo quindi il primo anello della catena: la varietà delle specie vegetali e animali presenti sul pianeta, la biodiversità. Che cosa c’entra con il Covid-19? Ecco la spiegazione dell’ONU. «Ogni quattro mesi si diffonde tra gli esseri umani una nuova malattia infettiva, che nel 75% dei casi è di origine animale (come Ebola, Sars, Mers e ora il Covid-19) – spiega Guterrez -. Un ecosistema sano ci protegge da queste malattie. La biodiversità rende più difficile la diffusione dei patogeni, che prosperano fra specie uniformi, in ambienti inquinati, in assenza di zone cuscinetto naturali che pongono una distanza fra l’uomo e gli animali. Purtroppo però la biodiversità si è fortemente impoverita negli ultimi decenni, tanto che ora sono a rischio estinzione oltre un milione di piante e di specie animali. Eppure può giocare un ruolo essenziale per prevenire future pandemie: se riuscissimo a fermare la perdita di biodiversità e a invertire la rotta, ci farebbe da scudo agli agenti patogeni di origine animale».

La maggior parte di questi agenti patogeni sono rimasti ospiti degli animali per secoli, se non per millenni, convivendo con loro in modo pacifico, visto che è loro interesse mantenere le vittime vive per poter non morire a loro volta. A causa di variazioni delle loro nicchie ecologiche però si possono spostare, e quando colonizzano un nuovo essere si comportano inizialmente in modo aggressivo. Non a caso, la biodiversità rappresenta uno dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile Onu (Sdg) sottoscritti da quasi tutti i Paesi del mondo .

Anche l’inquinamento spiana la strada alla diffusione delle pandemie. «Le persone che vivono in aree fortemente inquinate sono esposte a maggiori rischi di morte per pandemie come il Covid-19», spiega senza mezzi termini, in una nota, David Boyd, relatore speciale dell’Onu su diritti umani e ambiente, il quale non a caso l’anno scorso così ammoniva, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente 2019: «L’inquinamento atmosferico è un killer silenzioso, invisibile e prolifico, responsabile della morte prematura di 7 milioni di persone ogni anno, e tocca in maniera sproporzionata le donne, i bambini e le comunità povere». Il dato è contenuto nel Rapporto 2019 dell’Organizzazione mondiale della sanità che segnala per l’Italia 80mila morti all’anno a causa dell’inquinamento.

Coronavirus: più contagi dove prevale l’agricoltura intensiva

Ad oggi, ovviamente, l’aspetto che preoccupa di più è quello della diffusione dell’epidemia. Ecco perché risulta ancora più interessante un studio recente della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze che, in proposito, ha preso in esame quattro tipologie di aree coltivate, partendo dalla premessa che l’agricoltura tradizionale, all’interno della quale rientra in primis l’agricoltura biologica, possono essere definiti certamente più rispettosi della biodiversità. Il risultato? Una minor incidenza media di contagi nell’area dove si pratica un modello di agricoltura tradizionale, quindi assai distante da quella industriale, che causa un tasso d’inquinamento maggiore, ad esempio.

«Considerato il dato medio nazionale della diffusione del coronavirus, pari a 47 casi ogni 100 kmq, nelle aree ad agricoltura intensiva l’intensità del contagio sale a 94 casi ogni 100 kmq, mentre nelle aree ad agricoltura non intensiva il dato scende a 32 casi ogni 100 kmq» spiega Mauro Agnoletti, coordinatore del gruppo di ricerca dell’ateneo toscano.

La rilevazione punta particolarmente l’obiettivo sulla Pianura Padana, dove si concentra il 61% delle aree ad agricoltura intensiva del Paese, con il 70% dei casi di Covid-19: «nelle aree della Pianura Padana ad agricoltura intensiva si registrano 138 casi ogni 100 kmq, mentre in quelle ad agricoltura non intensiva la media scende a 90 casi ogni 100 kmq». Insomma “balla” un 53% in più di contagi a sfavore delle prime.

Lo studio non indaga le cause specifiche di questa dinamica. Registra tuttavia che «le aree a media e bassa intensità energetica, dove sono concentrate il 68% delle superfici protette italiane, risultano invece meno colpite dal coronavirus SARS-CoV-2. Queste aree sono distribuite soprattutto nelle zone medio collinari, montane alpine ed appenniniche, caratterizzate da risorse paesaggistiche, naturalistiche ma anche culturali, storiche e produzioni tipiche legate a criteri qualitativi più che quantitativi». Tutte informazioni che potrebbero rivelarsi utili per la ricostruzione che ci aspetta.

Non consola l’abbassamento (peraltro dibattuto) delle emissioni inquinanti conseguente al lockdown (attuato in molte aree del mondo per rallentare la diffusione del coronavirus): non appena le attività torneranno a pieno regime, gli effetti malefici dell’inquinamento si riproporranno, avverte l’ONU. Non bisogna abbassare la guardia sull’inquinamento, fra le cause dei cambiamenti climatici, quindi. I danni da climate change sono molto più persistenti, forti e irreversibili di ogni pandemia, nel lungo periodo.

Ecco perché l’Organizzazione delle Nazioni Unite sta levando la voce sempre più alta per richiamare l’attenzione sull’urgenza di attuare davvero i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile e l’Accordo di Parigi sul clima. Accordo firmato nel 2018, che impegna gli Stati firmatari a contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto della soglia di 2 °C oltre i livelli pre-industriali, e a limitare tale incremento a 1.5°C, poiché questo ridurrebbe sostanzialmente i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici.

Intanto, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, l’ONU ha lanciato l’iniziativa Race to zero, che vede alleati campioni dell’economia reale con Paesi leader della lotta al climate change, a loro volta con i settori economici votati allo sviluppo sostenibile e con città e regioni che vogliono invertire la rotta, tutti investitori che credono nel valore aggiunto dei criteri Esg (Environmental, social and governance) alla base della finanza sostenibile. Tutti i firmatari, fra cui molte fra le principali società multinazionali, si impegnano a raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni entro il 2050. L’Italia ha già sottoscritto questo impegno, dopo la Cop-25 e partecipa all’iniziativa rappresentata dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa.

Il tutto rientra anche ad un obiettivo direttamente collegato all’Sdg numero 15, per niente secondario: la biodiversità è legata anche alla prosperità economica. Secondo l’ONU, più di metà del Pil mondiale – equivalente circa a 44mila miliardi di dollari – è moderatamente o altamente dipendente dalla natura. Non solo: più del 70% dei poveri traggono il loro sostentamento dalle risorse naturali, attraverso l’agricoltura, la pesca e altre attività.

L’agricoltura biologica funziona e batte coronavirus e modello intensivo

I soggetti sostenitori di uno sviluppo sostenibile e perciò meno compromesso con la pandemia, sono parte sostanziale del mondo dell’agricoltura biologica. Lo stesso vale per chi fa agricoltura sociale, che spesso rientra anche formalmente nella cooperazione, e affianca la produzione agricola (30% minimo del fatturato) con attività di welfare (inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, assistenza e cura delle persone, servizi educativi). Mondi ricchi di professionalità e di peso economico e occupazionale, che in questa fase non sono immuni dai contraccolpi delle restrizioni anti-coronavirus, ma si dimostrano, come già dopo il crollo del 2008, resilienti ma volenterosi di certezze .

«Noi, per il nostro vissuto e settore che rappresentiamo, parliamo principalmente di politica agricola, consapevoli che nell’applicazione di un metodo di coltivazione sano e buono per l’ambiente, per chi ci lavora e per chi i prodotti li consuma, ci facciamo carico di un pezzo importante nel rapporto tra uomo e ambientedice in una nota Vincenzo Vizioli, Vice Presidente del Direttivo di AIAB, anch’esso in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente pensiamo però che il ragionamento abbia valore per tutti i settori produttivi e che il problema ambientale non può più essere affrontato sotto il subdolo ricatto: inquinamento o lavoro; produttivismo a ogni costo, contro fame; perché falso e utile solo a rimandare scelte che, invece, richiedono tempi rapidi nel mettere a punto strategie con approccio sistemico, che comportano necessariamente anche cambiamenti radicali».

Fonti:

https://www.ilsole24ore.com/art/l-onu-legame-diretto-pandemie-inquinamento-e-perdita-biodiversita-ADV0CMV?fbclid=IwAR1pvz5uShICguK6bFxphjO18xIrCfbpDfUZS4hUa8l8v-VjkPvUQk7jVvI